Le Luci Della Centrale Elettrica: la mia storia.

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Era il 2007 ed esisteva ancora Myspace, una cosa che a ripensarci pensi di andare a ripescare nel passato più remoto. Su Myspace ancora i cantanti e gli artisti, non facevano i critici musicali, non esistevano ancora gli haters e sopratutto si ascoltava la musica. A me per caso capitò di ascoltare una ragazzino arrabbiato, che snocciolava parole come fosse un lanciatore di coltelli, parole che bisognava stringere gli occhi e fare tutto intorno silenzio, perché la demo suonava male, cristo se suonava male. Quel ragazzino si chiamava Vasco Brondi, ma si faceva chiamare Le Luci Della Centrale Elettrica. Me ne innamorai perché mi sembrava talmente puro e così pieno di urgenza espressiva, che la sua verità stonata e suonata male, era disarmante poesia. Lo conttatai e gli dissi che mi avrebbe fatto piacere dargli una mano. Era timido, non sapeva come muoversi, voleva solo suonare a qualsiasi costo, come se fosse una questione di vita o di morte. Mi spedì immediatamente una busta con una decina di demo. Quella demo la feci asoltare anche al cristo in croce. Ricordo che chiamai anche Paolo Benvegnù e gli dissi “Devo farti ascoltare uno bravo davvero, uno diverso”. Ci trovammo un giovedì, alle 2 di notte in macchina mia ad ascoltarlo da un’autoradio. Fece come me, strinse gli occhi cercando di capire le parole, perché quella demo suonava male, cristo se suonava male. Eppure finito l’ascolto ricordo lo stupore “Questo è uno che ha da dire delle cose davvero, le dice vomitandotele addosso e gli viene con una naturalezza che t’inchioda, questo è uno bravo, bravo davvero!”. Fu uno di quei momenti in cui ricordo di aver battuto la testa contro il muro più volte per non avere un euro da investirci sopra, non perché vedessi in lui una fonte di guadagno, ma perché, non so come, quel vortice d’urgenza mi aveva risucchiato. Cercai in tutti i modi di farlo suonare dalle mie parti, alla fine riuscì a trovargli un’apertura di un’apertura al Blackout Festival di Prato, con la promessa che lo avrei ospitato a dormire a casa mia per abbattere le spese. Ricordo come se fosse ora che suonò il pomeriggio, sotto un sole cocente e che, vaffanculo, saltò l’impianto. Lui non si scompose di una virgola, continuò il suo concerto urlando seduto su una seggiolina sghemba e maciullandosi le dita sulla chitarra a quei 4 gatti che aveva davanti, come se suonare le sue canzoni fosse un’incontenenza. Finito il concerto passò tra quei quattro gatti con la busta della coop, dove dentro teneva le sue demo da vendere come a chiedere una conferma. Poi andammo nel bosco e lui continuò a suonare e a cantare, non riusciva a far altro. Lo accompagnava un suo amico, di cui non ricordo il nome, che gli faceva da fonico e dio se il suo amico ci credeva! Dormirono entrambi nel mio letto, in un appartamento al terzo piano in una palazzina di Via Caruso a Prato, nella quale vivevo con altre due amiche. Quando si svegliò mi ricordo che stette almeno 30 minuti buoni sul balcone del terrezzo che dava sulle impalcature del palazzo di fronte, a parlare con la fidanzata. Poi rientrò in casa e disse qualcosa di meravigliosamente poetico su quelle impalcature e ora che non mi ricordo le parole precise, mi sale davvero un grosso dispiacere, perché ricordo che lì per lì pensai a come riusciva a rendere umano il brutto dei nostri giorni. Parlammo tanto, di Ferrara, del suo lavoro di barista, di questa urgenza di dire, fare, suonare. Mi disse che Giorgio Canali si era interessato a lui e che forse gli avrebbe prodotto il cd. Lo rividi d’inverno al Viper, di lì a poco sarebbe uscito il suo disco “Canzoni da spiaggia deturpata”, in quell’occasione apriva il concerto a Giorgio Canali ricordo che quando mi vide mi disse con un po’ di pudore e paura di deludermi “Il disco è pronto, ti avverto, è molto diverso dalla demo, chissà se ti piacerà…”. Inutile dire che non c’era niente di diverso, Giorgio aveva preso pari pari quell’urgenza e l’aveva messa in bella copia. Da lì in poi è stato un crescendo, Vasco l’ho sentito sempre meno al telefono, solo in occasione di qualche intervista, ma sempre di più sui palchi a suonare. Ricordo che qualche circostanza mi disse che Milano non gli piaceva per niente, si sentiva alieno, gli veniva il mal di stomaco. Io da lontano l’ho continuato a seguire, sperando con tutta me stessa che nessuno lo sciupasse, l’affermazione non lo sciupasse, le botte che avrebbe preso non lo sciupassero, le critiche belle e quelle snob non lo sciupassero. Che niente e nessuno potesse toccare quell’incontinenza di dire, suonare, anche stonando, anche sbagliando, che niente e nessuno lo potesse trasformare in un prodotto ripulito. Sabato sono andata alla Flog a sentirlo. Buffo e meraviglioso, ad aprirgli il concerto c’era Giorgio Canali solo, voce e chitarra. Buffo e meraviglioso perché questo concerto per me era davvero una ricorrenza. Infatti 7 anni fa al Viper si consumò il primo appuntamento con Stefano: “ti va se ci vediamo?” “Perché no! Settimana prossima al Viper c’è il concerto di Canali, in apertura c’è Le luci della centrale elettrica” “Non conosco, sono curioso, andiamo!”.Ecco io credo che Stefano si sia un po’ innamorato anche per quella scelta. E Sabato io ho festeggiato anche questo: il loro e il nostro aprirsi a vicenda che ininterrottamente continua da 7 anni. La Flog era piena. Nessun ventenne poco consapevole, come invece becco a tanti altri concerti, molti 30enni invece. Vasco l’ho trovato cambiato, in meglio. Non solo questo cambiamento lo urla il suo ultimo lavoro, e chi dice che tutti i suoi dischi sono uguali, ha ascoltato con stupida superficialità i suoi lavori. Vasco ha una poetica, una cifra stilistica che rimane coerente con quell’urgenza di dire, eppure cambia, si evolve, perché lui sta crescendo e rimanere fermi, lui l’ha capito, non è un atto di sana caparbietà, ma di stupida ottusità. E infatti ora sul palco si muove, non è più solo la voce a urlare, è tutto il corpo che non contiene e deve rilasciare fuori. Eppure finito il concerto Vasco è rimasto lo stesso, lo stesso di quando passava con la busta della coop tra la gente a cercare di vendere il suo demo, che potesse lo farebbe ancora. Stordito da quello che gli ritorna indietro, ubriaco quasi, incredulo perché forse davvero niente lo ha toccato se non la musica. Io credo non ci sia niente di più bello di questo e se questo non vi basta, avete dei problemi con il rapportarvi alla bellezza.

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Un pensiero su “Le Luci Della Centrale Elettrica: la mia storia.

  1. complimenti Barbara, anch’io conosco Vasco dalla primissima ora, era timidissimo ma avvertii lo stesso stupore tuo la prima volta che lo sentii. Tuttavia non posso certo dire di conoscerlo, l’ultima volta che ci parlai da conoscente fu in un mei, credo nel 2009, ma fece già il pienone al concerto, e c’era Canali che lo accompagnava all’elettrica. Dubito che ormai si ricordi di me, ma non è di questo che volevo scriverti. Volevo complimentarmi per esserti così aperta con noi, parlando comunque del disco tra le pieghe delle tue emozioni… in un blog è concesso, faccio così anche con il mio spazio virtuale… non “semplici” articoli, magari scritti ottimamente ma col rischio che risultino asettici, ma brani che possano veicolare l’animo di chi scrive… e tu ci sei riuscita benissimo

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