Marco Fasolo: Universal Daughters

“Why hast Thou forsaken me?” degli Universal Daughters è uno di quei lavori che li ascolti e ti rinasce la speranza. La speranza che qualcosa può nascere e crescere  in Italia  con  un respiro davvero internazionale. Qualcosa che vive per volare oltre i confini troppo stretti che ultimamente ci siamo creati, sopratutto nella musica indipendente. Certo la mente  che sta dietro a tutto questo, Marco Fasolo anima dei Jennifer Gentle, non poteva accontentarsi di pensare qualcosa “hic et nunc”, perché così ci ha sempre abituati con la sua musica. Questa volta però si è veramente superato, grazie anche alle illustrissime collaborazioni che hanno preso parte al progetto tra cui Jean-Charles Carbone,  Verdena, Alessandro “Asso” Stefana, Alessio Gastaldello e Maurizio Boldrin dei Mamuthones, svariati membri degli Slumberwood, ai quali va aggiunto l’indispensabile aiuto di Pino Donaggio, del quale le Universal Daughters rivisitano uno dei pezzi appartenenti alla colonna sonora di Carrie e scusate se è poco. Già così c’era da goderne assai, ma non paghi hanno chiamato a raccolta nomi della scena internazionale che solo a pronunciarli tremano le gambe: Chris Robinson dei Black Crowes, Jarvis Cocker, Gavin Friday,  Lisa Germano, Stan Ridgway, Mick Collins dei Dirtbombs, Baby Dee, Alan Vega dei Suicide, Steve Wynn, Mark Arm dei Mudhoney e il leggendario cantante soul Swamp Dogg.“Why hast Thou forsaken me?” è un album di cover di brani anglo-americani che spaziano da oscuri gospel anni Venti per arrivare sino a Big Star e Suicide, facendo tappa per generi diversi come il country, il R&B più crudo e
persino il music hall, niente di nuovo se non fosse percepibile fin dal primo ascolto l’anima e la dote di chi ha partecipato. A partire da “I Am Born To Preach The Gospel” interpretata da un immenso Chris Robinson, o anche “ First Of May” interpretata da Jarvis Cocker, ispiratissimo nella sua personale versione di questo che fu un pezzo dei primissimi Bee Gees pre febbre del sabato sera. Insomma un album pieno di tutto, che magicamente trova una sua meravigliosa unità. Non aspettatevi stravolgimenti rispetto alle versioni originali, molte delle quali tra l’altro, immagino sconosciute ai più. Non ce n’è stato bisogno, sono talmente carismatiche le figure che hanno messo voce e musica in questo progetto, che qualcosa di grande e non scontato arriva in maniera precisa, quasi a schiaffeggiarti, a farti ricordare che c’è altro se si vuole. L’intento, oltre che meritevole dal punto di vista artistico,  si lega ad uno scopo umanitario, infatti i proventi di questo lavoro andranno alla Città della Speranza, un’organizzazione attiva nella cura di bambini gravemente ammalati. Dunque per capirne di più di questa magnifica magia che gli Universal Daughters ci hanno regalato, ho fatto quattro chiacchiere con Marco Fasolo, che ci ha raccontato com’è nato questo progetto e quanto sia importante, in questo che sembra un periodo di stallo della musica italiana, essere sognatori, ambiziosi e predisposti all’avventura.
Da cosa nasce questo progetto e perché?

“Why Hast Thou Forsaken Me?” nasce di fatto dall’incontro tra Chris Robinson e me. Un incontro avvenuto a più di sei anni dal primo contatto tramite i nostri management.
Chris ci aveva scritto una prima volta già nel 2002, dopo la pubblicazione di Funny Creatures Lane (il nostro secondo disco autoprodotto).  Ricordo poi che i Jennifer Gentle erano in tour negli Stati Uniti nel 2005 quando il manager dei Black Crowes scrisse a Marco Damiani (il nostro manager), dicendo che Chris avrebbe desiderato assistere ad un nostro concerto. Quella sera suonavamo al Mercury Lounge di New York e pareva che sarebbero passati a vederci e salutarci, ma alla fine la cosa salto’ causa imprevisti vari. Il contatto da allora rimase vivo, ma purtroppo non vi fu mai occasione di conoscersi personalmente. Non fino a luglio 2011, quando i Black Crowes tornarono in Italia ed il loro management si rimise in contatto col mio e venni invitato nel loro back stage. Felicissimo ci andai e devo dire che fin dalla prima stretta di mano mi sentii a casa. Chris e compagni mi misero subito a mio agio e non servi’ nemmeno “rompere il ghiaccio”. Chiacchierammo a lungo su musica,cinema, figli… Parlammo di tutto, davvero. E ci lasciammo con una promessa: collaborare in qualche modo.
Tornato a casa io e Marco Damiani ne parlammo e l’idea del disco di cover  venne fuori naturalmente. Trovai talmente genuino l’interesse da parte di Chris di collaborare con me, che davvero non pensai nemmeno per un attimo a non fare la cosa e fui sicuro fin dal principio che il risultato sarebbe stato grandioso. L’idea, parlando con Marco, era quella di fare un disco che parlasse dell’essere umano, di tutti gli ingredienti che completano la vita di un uomo: la gioia, il dolore, l’amore, l’odio, la depressione, la felicita’, la paura , la schizofrenia, l’amicizia, la morte. Insomma, il senso della vita e delle morte, tutto.

I Jennifer Gentle hanno sempre avuto un respiro internazionale (è il primo gruppo europeo ad aver stretto un contratto con la Sub Pop di Seattle), anche per questo progetto ci sono importantissime collaborazioni con artisti stranieri, insomma i confini italiani ti stanno proprio stretti, come mai? Si può ancora fare qualcosa con la musica in Italia o secondo te siamo finiti in sabbie mobili senza via d’uscita, se non quella di guardare per forza altrove, dove la musica ha ancora un peso nella cultura?

L’idea era quella di coinvolgere grandi artisti con una storia alle spalle, con una grande credibilità. Che si innamorassero del progetto e che si fidassero ciecamente della direzione artistica che avrei presa nel realizzarlo. A partire da Chris, che e’ stato il primo ad essere coinvolto nel disco, tutti quanti hanno manifestato entusiasmo e stima.
Non e’ stato altrettanto facile quando abbiamo provato a coinvolgere qualche compatriota e sinceramente erano davvero pochi gli eventuali cantanti adatti al progetto – e questo sia per il background personale, sia  per la dimestichezza con un certo repertorio, prettamente anglo-americano.
Io mi ritengo  un sognatore, lo sono da sempre. Quindi presumo che ciò che mi stia più stretto, sia l’eventualità di incappare in persone con poca ambizione e poca predisposizione all’avventura. Tutti quanti vivono nel terrore di non farcela, di non riuscire, di essere giudicati, invidiati, incompresi. A me francamente interessa ben poco tutto ciò e preferisco di gran lunga seguire la mia indole. In realtà il disco è pieno anche di collaborazioni italiane, fatte da persone che hanno seguito con entusiasmo la realizzazione del disco, dando il loro personale contributo.
In primis Jean Charles Carbone che ha messo a disposizione l’ Abnegat Records lavorando davvero sodo come tecnico e co-produttore, nonché prestando i suoi talenti di polistrumentista; Maurizio Boldrin ha suonato la batteria, Silvia Carta ha suonato divinamente il pianoforte in “Midnight the stars and you” e “Hong Kong blues”. E poi ci sono altri amici come i Verdena, Alessio Gastaldello che ha fatto dei cori spettrali con Alan Vega, Francesco Lovison degli Slumberwood che ha suonato magnificamente il clarinetto ed ha saputo trasferire tutta l’emotività che la parte che avevo scritto richiedeva, Alessandro “Asso” Stefana che ha  fatto svariate parti di elettrica e guitar organ, Umberto Furlan che ha contribuito ai cori di un paio di canzoni, Nicoletta Devito sublime violoncellista e Federico Zaltron giovanissimo e talentuoso violinista. Insomma, un bel po’ di musicisti che hanno dedicato al disco tempo e passione. Quindi le cose si possono fare qui o altrove, purché ci si metta nella condizione di lavorare su progetti importanti e circondandosi di collaboratori capaci ed appassionati. Le sabbie mobili, per come la vedo io, sono la pigrizia di chi dice di far musica e di chi dice di ascoltarla. Tale pigrizia la si può trovare ovunque, purtroppo. Bisogna anche saper stimolare chi ti circonda con idee vibranti, non si può sempre stare ad aspettare il miracolo. I miracoli hanno hanno scopi più elevati che strappare dal torpore i ragazzotti pigri. Non sono una persona passiva, mi piace fare, proporre e se non riscuoto consensi mi arrangio e persevero. Quindi ritengo si possa fare tutto con la musica in Italia – previo il fatto di aver qualcosa da dire, naturalmente.

La scelta dei pezzi oserei dire che è quasi schizofrenica, si va dal gospel alla music hall, eppure nel disco tutto questo ben di dio, trova una sua coerenza stilistica che quasi stupisce. La selezione come è stata fatta? Con la pancia o con la testa?

Mi fa piacere che ti sia piaciuta la coerenza stilistica, mi stava a cuore. Musicalmente i pezzi scelti da me e Marco erano piuttosto eterogenei da un punto di vista musicale, ma totalmente legati da un punto di vista letterario. Sono i testi infatti a connettere le canzoni tra loro e insieme credo rappresentino una sorta di ritratto dell’essere umano.
L’intento era appunto quello di rendere l’idea di quanto l’uomo sia una creatura sfaccettata e complessa, con questa sua smisurata capacità di amare ed odiare (spesso anche contemporaneamente), di essere felice e triste, arrabbiato e sereno…insomma l’uomo è tutto ed il contrario di tutto e spesso quando il singolo individuo se ne accorge è troppo tardi. Si passa un’intera vita a cercare di mascherare questo o quell’altro lato della propria personalità, sia a noi stessi che agli altri e poi il patatrac. Ecco le canzoni sono state selezionate perché riescono a raccontare questa semplice verità: l’uomo è uno strano animale bisognoso di amore e capace di odio, che si nutre di gioia e sofferenza, di paura e felicità, e che necessita di tutti questi sentimenti contrastanti per trovare la propria strada.
Con la scelta dei suoni e degli strumenti e con gli arrangiamenti, ho dato l’uniformità musicale che mancava ed ho provato a sottolineare la continuità che i testi già suggerivano.

Credo che mettere insieme tanti artisti non sia mai facile, come è stato in questo caso il vostro approccio al lavoro?

Di questo se ne e’ occupato maggiormente Marco Damiani, ad ogni modo tutto il processo per entrare in contatto con i cantanti, avere il loro ok etc, si è svolto in maniera piuttosto fluida e naturale.
La cosa che mi ha dato ogni volta molto piacere, era vedere come le canzoni che immaginavamo come adatte ad un determinato cantante, risultassero poi spesso e volentieri tra le preferite di quello stesso artista. Così abbiamo scoperto che Baby Dee adora Hoagy Carmichael ed in particolar modo Hong Kong Blues, e Chris Robinson ci ha detto che per lui cantare quella canzone di Washington Phillips era un vero onore. Psycho e’ la canzone preferita di Steve Wynn, Alan Vega è un fan di Screamin’ Jay Hawkins, insomma mi sentivo davvero sulla giusta strada.
Dal punto di vista tecnico, una volta che i cantanti ci rispedivano indietro le loro takes, montavamo il tutto sulla sessione in studio e io cominciavo con gli arrangiamenti, che per la verità in alcuni casi erano stati sviluppati ancor prima di ricevere la voce. Comunque non ho mai sentito la distanza geografica con gli artisti, era sempre come averli in studio con noi.

“Why hast thou forsaken me?”, un titolo emblematico di questi tempi, non credi?

Beh, gli emblemi sono contenitori tascabili di significati, quindi mi trovi d’accordo circa il titolo del disco e si, penso che ci sia bisogno di significati. Sempre, soprattutto in questo periodo.
Personalmente “Perché mi hai abbandonato?” mi riconduce al bisogno da parte di qualcuno di ritrovare, ricongiungersi a qualcun altro e questo qualcuno è il proprio IO. Non sarebbe male se le persone  si ritrovassero, ritrovassero la propria identità, il proprio percorso di vita. Non è facile incappare in  qualcuno che abbia una vera integrità d’animo, che segua con coerenza un cammino che sente come proprio. E questo è molto grave.
E poi bisognerebbe ricordarsi che la gente ha sempre lo stesso bisogno delle stesse cose. Le necessità primarie dell’uomo non cambiano. Più ci abitueremo a non masticare e più ci strozzeremo bevendo della semplice acqua. Adesso c’è bisogno di cose vere che spesso sono anche impegnative.

Questo progetto avrà un futuro e come si svilupperà?

Questo progetto avrà sicuramente delle ripercussioni positive su tutti i miei futuri lavori in termine di dedizione, passione e concentrazione. Ho imparato tanto da questa esperienza ed al di là del fatto che le UNIVERSAL DAUGHTERS esistano ancora o meno tra degli anni, io continuerò a pretendere il massimo da me stesso e dagli altri e a maggior ragione dopo un album del genere. Sento di avere una grande responsabilità nei confronti della musica che faccio e voglio continuare a suonare e registrare con dedizione ed amore totali.

Il ricavato della vendita di “Why hast thou forsaken me?” andrà interamente devoluto al progetto Città della Speranza, organizzazione attiva nella cura di bambini gravemente ammalati, ci puoi dire com’è nata quella che appare sotto tutti gli aspetti una meravigliosa simbiosi?

La necessità di dare al disco un contesto che non fosse puramente musicale è nata da un’esperienza di vita che ha coinvolto una persona a me vicina e molto cara. Un’esperienza difficile che ha fatto capire a tutti noi il vero significato della vita, l’imprevedibilità degli eventi (piacevoli o meno che siano). L’inevitabilità e l’insondabilità delle cose che si frappongono nella vita di tutti noi.  A partire dal titolo e passando  attraverso i testi delle canzoni che lo formano, il messaggio del disco alla fine è proprio questo e dare all’intero progetto  una chiave di lettura benefica e umana è stata davvero un’esigenza immediata.

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