Bobo Rondelli

Quando si parla di certi artisti sono d’obbligo le premesse. Senza le premesse non c’è modo di capirne l’anima e spesso l’anima è quella che si giocano nei dischi e sui palchi. Così, se devo parlare di Bobo Rondelli, la prima cosa da dire, per quanto possa sembrare scontata, è che Bobo è livornese. Anzi no, Bobo è Il Livornese. Ovvero incarna alla perfezione la magia che deriva dall’incastro tra la malinconia ciampiana e il sarcasmo del Vernacoliere. Il ridere e il piangere insomma.
Bobo fuori dal palco si guarda le scarpe e ride, come a voler rimanere ancorato per terra, poi sale sul palco e ti guarda negli occhi e un po’, come direbbero a Livorno, “ti va nel culo”, che lui fa quello che vuole e si diverte più di te, ma te paghi il biglietto e  lui invece viene pagato, ora anche abbastanza bene.
Io Bobo l’ho conosciuto qualche anno fa, era da poco uscito “Disperati, intellettuali, ubriaconi”, il lavoro che fece con Bollani e che riscosse un sacco di consenso da parte della critica e che iniziò a far girare il nome di Bobo un po’ fuori dalla Toscana (per la serie: “Bobo chi? A sì, quello che cantava negli Ottavo Padiglione “Ho battuto la testa…”). Appena mi vide mi disse: “Ti chiamerò la mia balena bianca!”, lungi da lui qualsiasi riferimento alla DC. In realtà il suo era più una descrizione realistica e contingente, che gli venia dall’osservazione empirica della mia stazza e dal colorito del mio incarnato. Poi però, essendosi accorto di aver peccato di troppo vernacolierismo, si apprestò ad aggiungere “Chissà a quanti Achab avrai fatto perdere la testa, cercando di acchiapparti”, donando così un po’ di poesia ciampiana. Questo è Bobo. Te le tira in maniera poetica, che un po’ ridi e un po’ sogni. In quell’occasione andammo a mangiare un boccone al Vinaino e mi raccontò la sua delusione, la sua frustrazione nel non riuscire a trovare la purezza negli altri,di come anche la musica fosse diventata solo una questione di soldi, di quanto schifasse l’avidtà di certi produttori e promoter.
Era un uomo stanco, forse voleva smettere, mi disse che gli era anche arrivata una lettera per fare il bidello all’isola
d’Elba e che forse avrebbe accettato, che “alla fine in mezzo ai bambini ci si sta sempre bene” mi disse. Poi però
c’è da fare i conti con Livorno. A Livorno si rimane quello che si nasce, si rimane comunisti, nonostante il PD e si rimane artisti, nonostante sia difficile camparci una famiglia. Non lo si fa per cocciutaggine o per spirito eroico,lo si fa quasi per rassegnata accettazione di un destino che è meno faticoso accettare che combattere. Per fortuna, aggiungiamo noi, se pensiamo ai fior fiori di artisti che Livorno ci ha regalato e ancora ci regala.
E allora l’ho chiamato, abbiamo fatto due chiacchiere sul suo nuovo progetto “A famous local singer”, dove si fa accompagnare dall’orchestrino, (Dimitri Grechi Espinoza sax tenore sax alto arrangiamenti, Filippo Ceccarini tromba, Beppe Scardino sax baritono, Tony Cattano
trombone, Daniele Paoletti e Simone Padovani percussioni, e con Fabio Marchiori melodica, pianoforte, rhodes, tastiere, rhodes piano bass. ). La vera novità è che, il livornese che sembrava non potesse uscire dal porto della sua città, questa volta ha trovato una produzione stellare. Il disco infatti è stato prodotto dal veterano Patrick Dillett (già al fianco di David Byrne, They Might Be Giants, Soul Coughing, Lounge Lizards, Bebel Gilberto, Notorious B. I. G., Mariah Carey, Queen Latifah, Brian Eno, produrrà pure il prossimo album di Angelique Kidjo), con la collaborazione di Mauro Refosco (Atoms For Peace, David Byrne, Red Hot Chili Peppers).

La prima cosa che viene in mente ascoltando “A famous local singer” è che veramente a te piace fare le cose al contrario. In un periodo dove l’elettronica fa da padrona, tu torni all’origine e ti circondi dell’orchestrino, che poi tanto orchestrino non è.
La gente dovrebbe capire che quando c’è miseria, bisogna circondarsi di cose umane, suonare uno strumento fa bene all’anima. Oggi giorno chiunque può fare musica, basta stare a casa davanti a un computer. Ti isoli, non c’è bisogno neanche del contatto umano, tanto ti scambi i files, mandi mail. Ma visto che io, se devo stare in casa, preferisco farmi una sega, allora ho deciso di fare una musica che mi obbligasse a suonarla dal vivo, senza che ci fosse bisogno di tante sovrastrutture. Alla fine siamo in tanti è vero, ma siamo minimali anche noi, per farci suonare non c’è bisogno nemmeno della corrente e in tempi di crisi come questo, è un bel vantaggio.

Tutti si lamentano che suonare sta diventando sempre più difficile. Con l’orchestrino appunto, avete messo su qualcosa che si avvicina molto alla musica da strada. Quindi bisogna davvero tornare all’essenza delle cose per risalire.
In realtà avevo voglia di fare qualcosa di commovente e questo è l’unico modo di suonare che emoziona, perché ti prende alla sprovvista. A volte io suono anche da solo, nei bar, dove me lo chiedono, anche se mi brucio la data e poi  mi brontolano. Ma è più forte di me. Improvvisare è la cosa più bella del mondo, perché non ci si annoia mai e siccome io non voglio che suonare diventi un patibolo, preferisco la libertà, anche se la libertà oggi giorni fa a cazzotti con la notorietà. Però a me quelli che salgono sul palco e sono costretti tutte le volte a ripetersi, a imitare se stessi, mi fanno una gran pena. Io sono un guitto, ho bisogno di divertirmi, altrimenti mi va via l’anima.

Musicalmente guardi al passato, verso scenari swing, jazz, rock and roll, fino ad arrivare al primo Celentano, del quale rifai “24.000 baci”. Anche qua sei in controtendenza, in un periodo dove piangersi addosso sembra sia diventato uno sport nazionale, tu dai una virata verso l’allegria.
E’ un classico, quando c’è crisi e mancano i soldi, la musica diventa gioiosa. Pensa agli anni 30 e 40. Più si sta male e più ci dovrebbe venire voglia di ballare. Gli italiani hanno un po’ perso questo spirito purtroppo, ma io l’ho seguito alla lettera per questo disco. Questo poi è un disco estivo, quando l’ho fatto ho pensato anche a questo. Ormai i dischi durano una stagione se va bene, e io volevo fare un disco per l’estate, quando la gente lascia per un attimo da parte i problemi e va a farsi il bagno in mare. Poi la scelta dei fiati era d’obbligo. I fiati infatti hanno questa doppia anima, sono strumenti sia da ballo che da pianto e questo, da buon livornese, mi piaceva molto. I fiati hanno una potenza che altri strumenti davvero non hanno: rendono le canzoni immediate e festose. Poi va beh, anche Celentano a questo punto si è impossessato di me. Potevo anche fare una cover di Guccini per dire, ma Guccini fa le canzoni per le donne, c’è da mettersi lì a pensare troppo, vuoi mettere Celentano che mi dice “Gente tranquilla che lavorava”, questo è il mondo di tutti.

Nonostante tutto, la tua livornesità non manca, il tuo essere comunque amaro anche nell’allegria delle note, raccontare  la vita semplice e vera dei più, quella che ci rende tutti personaggi tragicomici, questa è una cosa a cui proprio non si può rinunciare se si è nati a Livorno.
Beh Livorno è un marchio di fabbrica. Livorno non è fatta per l’introspezione. A Livorno si parla degli altri perché ci viene meglio che parlare di noi, e non è per vigliaccheria, anzi. E poi la via tragicomica è quella che ti fa incontrare di più con la gente, alla fine non sei te che racconti, ma è la città che comanda su di te perché racconta. Tu descrivi situazioni e poi le canti, ma non sono tue, dai voce agli altri, sarà perché a Livorno si crede ancora al comunismo, boh non lo so, te che dici? Mah, anche a Livorno alla fine di comunisti ne sono rimasti pochi sai.

Questo disco ha avuto una produzione internazionale veramente rilevante, com’è nata questa collaborazione e quanto sei riuscito te a far respirare loro la provincialità italiana e quanto loro l’internazionalità?
Un’altra dote di noi livornesi è quella di riuscire a prendersi in giro senza paura e questa è una dote vincente a

livello internazionale, alla fine anche loro si sono come liberati. Poi tra musicisti c’è un linguaggio comune che va oltre la provincialità, che tutte le volte che lavori   esce fuori come per magia. La verità è che, lo so per esperienza diretta, più uno è grande e famoso, ma famoso non nel senso che intendiamo noi in Italia, che spesso tendiamo a mescolare fama con popolorità, insomma più uno è famoso e meno se la tira e questo diventa uno stimolo per migliorarsi e per prendere il meglio da tutte le parti.

Alla fine tu sei sempre stato un outsider, di quelli che non è mai voluto scendere a compromessi. Ne è valsa la pena? Rifaresti le stesse scelte?
Carlo Monni, un altro grande outsider delle nostre parti,  mi diceva sempre “E chi c’ammazza? chi sta meglio di noi?”.  In effetti essere un outsider ti permette di non essere ossessionato dalla fama, sei libero di fare e dire quello che pensi. Io credo che non siano neanche scelte, è natura. Poi con gli anni ti rendi conto che essere così, che non essere mai scesi a compromessi, ti fa stare proprio bene. Se avevo fatto come volevano gli altri forse ora avrei avuto più soldi, ma probabilmente avrei perso tutti i capelli.

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