“Loves you more” Tribute to Elliot Smith: quando l’icona divenata magia

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Non è facile mai scrivere di un morto, men che mai scrivere di un artista morto, e ancora meno scrivere di un cantante morto quando aveva ancora tante cose da dire e sono come rimaste a metà. Ma la cosa più difficile è scrivere di un artista morto che ancora aveva tante cose da dire e che qua in Italia è diventato icona, proprio dopo la sua morte e neanche subito dopo. Ho come l’impressione che, a differenza di altri suoi colleghi con i quali ha condiviso la triste fine, lui non sia riuscito a raccogliere in vita, quello che poi è riuscito a raccogliere dopo la sua morte. Una “santificazione” a posteriori, che lo ha icononizzato a volte senza reali presupposti, forse solo per i naturali spazi vacanti sul mercato, che l’epoca fatua e vuota ci impone. Non fraintendetemi, l’arte c’era eccome, più che altrove, ma a volte penso che ripescare qualcuno che è stato poco “fenomeno” ed elevarlo a punto di riferimento esclusivo di un certo genere di musica indie, in una certa misura dà senso e attestazione a quella musica indie stessa, sopratutto se nasce e cresce in Italia. E questo è l’unico motivo per cui si sceglie.

Steven Paul Smith, in arte Elliott Smith, non era un tipo facile, ma non in quel senso in cui si intendo tutti gli artisti. Lui non sarebbe stato un tipo facile anche se non avesse fatto il musicista. Diciamo che la musica lo ha fatto diventare agli occhi degli altri un tipo speciale. Il passaggio da “non facile” a “speciale” non era comunque scontato, benché i presupposti ci fossero tutti. Genitori divorziati, la mamma che si risposa con un violento, una famiglia predisposta alla musica. Elliott non salta neanche un passaggio, venerato quasi da subito in Inghilterra probabilmente per quelle tracce di Beatles che dentro ai suoi pezzi si porta fin da subito, in America non viene preso più di tanto in considerazione, finché nel 1998 , a 29 anni, viene nominato agli Oscar con il pezzo “Miss Misery”, presente dentro il film “Good Will Hunting” di Gus Van Sant. Nel mezzo c’è un gruppo gli Heatmiser, una prova nella prova di quello che ai tempi era il sound che si rifaceva ad una corrente indie che di lì a poco avrebbe fatto moda in tutti i sensi, ovvero i Fugazi. La cosa sorprendente è che  proprio da questa prova della prova, che Elliott Smith nasce. I suoi pezzi da solista sono infatti gli scarti degli Heatmiser, e dentro c’è il mondo che lui ha sempre cercato, quel pop intimista che parte da una melodia semplice e struggente, facilmente arrangiabile da un’orchestra, ma che regge anche la scarnificazione fino all’essenziale.

Ci vuole dell’arte a fare della semplicità una via di ritorno circolare, senza cadere mai nella banalità. Da qua è facile capire come, in un mondo musicale mainstream che si regge sulla sovrastruttura, senza la quale il prodotto artistico crolla, nel pianeta indie si sia iniziato a guardare a questo artista come un punto di riferimento, spesso pensandolo facilmente copiabile. In Italia sopratutto c’è sempre stato questo filone indie-pop che guardava all’estero come ad un eldorado e cercava di raggiungerlo calcando pari pari le orme di chi, quell’eldorado lo aveva costruito con le proprie capacità artistiche, semplicemente rielaborando le influenze con le quali era cresciuto. Ed è per questo che voglio parlare di un album tributo ad Elliott Smith che è uscito a Dicembre in occasione della ricorrenza dei dieci anni della sua morte, dal titolo “Loves you more” (Niegazowana/Audioglobe). L’idea è partita da Davide Lasala dei Vanillina, che ha coinvolto quindici artisti in altrettante riletture di canzoni del repertorio di Elliot Smith, tutte registrate all’Edac Studio su nastro magnetico e con mixaggio analogico. Quello che mi è piaciuto di questo progetto è che la parola tributo in questo lavoro, è uno dei pochi casi in cui viene usata, a mio parere, nella giusta accezione. In a “Loves you more” le canzoni di Elliott Smith, non vengono semplicemente riarrangiate secondo il gusto dei vari artisti, ma vengono mangiate, digerite e rimpastate sotto nuove forme, che dentro portano non solo i semi dell’arte di Smith dalle quali sono nate, ma anche pezzetti di quello che si lasciano dietro, quando cadono così a fondo dentro ad altri artisti. Perché il tributo altro non è che mescolarsi e ridare una nuova vita alla canzone, rinunciando a un pezzo di sé per donarlo in maniera spontanea, quasi vergine, a chi quel pezzo non solo lo ha creato, ma anche a tutti quelli che lo hanno amato per come era anche nelle sue possibili evoluzioni. Apprezzabile dunque la scelta della presa diretta durante le registrazioni che sono avvenute su nastro magnetico, un tributo allo stile usato dallo stesso Elliott Smith, ma anche un voler ricreare forse la magia attraverso la quale quei pezzi sono nati la prima volta. Questi gli artisti, tra l’altro molto diversi tra loro, che hanno partecipato al progetto: Edda, Dellera, Black Black Baobab (Nicholas Restivo e Roberta Sammarelli dei Verdena), Gennifer Gentle, Eva Poles, Vanillina, Dilaila, Kalweit and the Spokes, Emil con i Cani Giganti, Dennis di tuono, Labradors, Nicolas Falcon, Mr Henry, C+C=Maxigross e ILVOCIFERO. Tra tutte spicca la versione di “Angels” fatta da Edda, cantata in italiano, trasformata in un pezzo rock tiratissimo, viscerale, “cattivo” e originalissimo. I Jennifer Gentle psichedelizzano “The White Lody Loves You More”, rendendola quasi cinematografica. Emil con I Cani Giganti restituiscono una versione anni 80 di “Bottle Up On The Explode” piena di synth e drum machine. I C+C=Maxigrass portano “Son of Sam” invece negli anni 70 con un meraviglioso finale. Eper finire i Vanillina che reinterpretano “Miss Misery” con un’intensità e originalità meravigliosa, arrichhendola di cambi di tempi improvvisi e stacchi inaspettati senza intaccare la struggente melanconia del pezzo. Insomma un tributo ad un artista indie internazionale, degno di essere veramente ascoltato, se non altro per poter dire che anche qua in Italia, quando parliamo di indie, non ci riferiamo solo a quelli che scimmiottano artisti stranieri, ma che c’è chi con coraggio, da quegli artisti parte per fare qualcosa di nuovo ed originale davvero.

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