La pulizia che andrebbe fatta nel mondo indie per salvare il mondo indie

Troppi, veramente troppi i lavori di musica indipendente che escono ogni mese senza nessun filtro. In compenso gli spazi sui media sono sempre meno, visto che ogni mese chiude una rivista. Per fortuna si moltiplicano siti, sitini e blog, però la maggior parte sono fatti da dopolavoristi come me, e così blog, siti e sitini non fruttano alcun guadagno dove va bene, dive va male invece orde di giovani speranzosi scrivono gratuitamente seguendo esclusivamente ciò che i siti più grossi mettono in evidenza, o nei migliore dei casi i loro gusti soggettivissimi. È un casino, non ne usciremo più da questo enorme casino frustrante che non dà nessun risultato, se non quello scontatissimo dell’affossamento. Per quanto riguarda la musica live vige la stessa legge più o meno. Il problema è che tutti questi gruppetti e artisti vogliono esserci di legge, apparire, senza rendersi conto che questa costante esposizione fittizia, non li porterà da nessuna parte, almeno finché non si farà un po’ di pulizia. Troppi artisti, per un pubblico che è sempre più risicato, distratto, pigro e questo è il problema di fondo per cui chiudono riviste e locali. Siete diventati troppi dall’altra parte e senza effetto vasi comunicanti, uno dei due è rimasto vuoto e va necessariamente riempito di nuovo, svuotando l’altro, che essendosi riempito troppo, ha perso di credibilità! Questo, solo questo vi servirebbe per sbucare fuori davvero: pulizia! E dove non arriva dal fuori, iniziatela dal dentro, con una buona e sana autocensura. Perché mica l’aveva detta male Morandi “uno su mille ce la fa”, e allora visto che il sistema non si è rivelato in grado, siate eroici e intelligenti, fatelo voi, fatelo per la musica, levatevi dalle palle e fate spazio a chi davvero se lo merita!

Annunci

Gli anti eroi della musica.

magnino

Ogni paese ha il suo eroe, anzi spesso ne ha più di uno e quasi sempre non è neanche un eroe, ma un anti eroe, qualcuno che tutto il paese conosce e venera e che custodisce gelosamente, tanto che se varchi i confini di quella città, in pochi lo conoscono. Se vogliamo fare un esempio eclatante, non possiamo che citare Piero Ciampi. E’ successo che così, circa un anno fa, per puro caso, sono venuta a conoscenza di uno di questi eroi da paese. Il nome lo avevo sentito spesso, tutti lo avevano in bocca ad Agliana, un paese della piana pistoiese, però avevo sempre pensato che ogni paesano gonfia l’eroe suo per gonfiar se stesso. Non potevo fare errore più grosso. Me ne resi conto quando per caso, mi capitò un libro tra le mani, dove c’erano dei testi di alcune sue canzoni. Rimasi strabiliata e innamorata. Non c’era bisogno di gonfiar Magnino, Magnino era già immenso, forse troppo immenso per Agliana. Magnino, purtroppo, è morto troppo presto, ma non credo sia stato quello il motivo per cui fuori da Agliana in pochi lo conoscono. Succede, è la vita, non sono riuscita a darmi spiegazione megliore, che a voler scavare nei motivi poi ci si incazza e incazzarsi ora neanche ha più gran senso. Magnino era immenso e bellissimo, cantava la vita triste con il piglio ironico toscano, cantava le disgrazie, le brutture e i fremiti in maniera così circoscritta e dettagliata, che quasi ora a sentire quelle parole, ti pare impossibile non siano parole dell’oggi. E non è forse questa la carrateristica principale del restare, dell’essere sopra una spanna, del diventare eroi, anzi anti eroi, perché di soldi Magnino con la musica non ne ha fatti. E Magnino non sapeva solo scrivere la vita in musica, la sapeva anche dipingere, che quando a uno gli brucia l’arte dentro, quel che tocca arde. E quando ti ritrovi di fronte a questa immensità, la prima cosa che ti viene da pensare è “Chissà quanti Guccini o De André sono rimasti così, fermi, immobili, sconosciuti eppure immensi.” Ed è proprio da questa riflessione che ne è nato un premio, un premio come ce ne sono tanti dedicati a questi eroi, che servono a memoria, ma sopratutto servono per trovare un bandolo di matassa in questo sgangherato mondo musicale, che sembra non aver più bisogno di trovarne dei nuovi.

AL MIO PAESE NON NEVICA (Magnino)

Al mio paese non nevica
il campanile della chiesa è diventato grigio
a forza di sfiorarsi ci si leviga
ed il comportamento a mio avviso un poco gigionista

Alla sera in piazza che miseria
in compagnia dei gatti che non dan dietro ai topi
sapere già domani quel che sarà stasera
o forse questa è solo un opinione

E battono le dieci ancora niente
e come l’altre sere aspetterò un altro poco
ah è nuvolo avrei una bramosia in mente
starò tutta la notte qui accenderò un fuoco
Ah nevica nevica forse è l’emozione che mi imbroglio
guarda è solo acqua ci avrei giurato
morirò triste, solo e con la voglia
di vederlo un paese tutto imbiancato

Vespe e motori son tutti rincasati
ti riprendo in mano canzone rosa
lasciando stare chi di stagioni è peccato
e insieme a te in mano ho preso un’altra cosa
e mentre mi dimeno di nascosto
in contro luce vedo luccicare
da una finestra sento parlare il preposto
dice a qualcuno comincia a nevicare

Ah ora ora proprio non posso interrompere il piacere grato
si nevica vedo e son commosso
ma per lo meno in questo artista sono o sono stato

Sarà il freddo, l’età o questa chiesa intorno
che non avverto sintomi del terminare
di questo passo qui ci facciamo giorno
e intanto a tormenta insiste a nevicare
ma ora terminerò questo mio bisogno e
se potrò penserò alla guerra nucleare
alle piogge acide alla stupidità al sogno
ma son coperto di neve e insiste a nevicare

Meno male che il calore scioglie lì intorno
e la neve e il mormoreggiare
è a dir poco l’audio di un film porno
che stasera proprio non riesco a controllare

Così messo in posizione orizzontale libero solo lui la bocca e una mano
che per far quel che ho da fare io basta, meno male
ed il momento non è poi così lontano
per un minuto posso ancora respirare e per finire basterebbe
ora lo sento
e poi lasciar fat tutto a nevicare il compito di sforzare lui o la mente

O il caso di dire è proprio che tirato
è l’unico momento in vita mia che mi ammiro
in testamento lascio questa neve fecondata
il paese
il campanile bianco
e l’ultimo respiro

Il malsano mondo delle radio.

” Grazie per la segnalazione ma il palinsesto attualmente non prevede spazi novità, la nostra linea artistica-editoriale è basata su Oldies (70-80-90-00), Recurrent (ultimi 5 anni) e ovviamente Hit, il tutto al 50% tra italiani e stranieri.” Ovviamente sto cazzo, verrebbe da rispondere.
Mi occupo di comunicazione da 15 anni, se stampassi risposte analoghe ricevute in tutti questi anni, credo che tappezzerei tutta Piazza Duomo di Firenze, Duomo, Battistero e Campanile di Giotto compresi. No spazi novità, solo Hit e solo il 50% degli italiani. Le radio hanno smesso di voler bene alla musica quando hanno scoperto che le chiacchiere di due imbecilli che sparano cazzate, tirano di più e così la musica piano piano è diventata un sottofondo, un intermezzo tra una bischerata e un’altra. Una roba che se ci penso, mi viene da piangere. Perché la radio è una cosa bella, io lo so perché per un po’ l’ho fatta in un’emittente locale. La radio è una magia, anzi era magia. Poi i grandi network hanno sputtanato tutto e anche le radioline sono andate dietro a questo concept, a parte poche realtà che resitono nonostante tutto. Perché la radio, muisca a parte, non è più neanche informazione o formazione, la radio è solo intrattenimento poco, ma molto poco impegnativo. Non voglio parlare dei meccanismi grazie ai quali un gruppo riesce a passare dentro ai grandi network, diciamo che semplificando, vale il concetto di Hit. La radio non è più amica della musica e la gente che ama la musica, non ascolta più la radio, piuttosto si mette un cd. E’ la famosa storia del gatto che si morde la code. E allora mi chiederete voi, perché continui a mandare pezzi alle radio di artisti che non verranno neanche mai ascoltati? Perché sono, nonostante tutto, una che guarda alla vita con positività, perché a volte capita il miracolo, capita di incappare nella persona giusta e allora tutto s’illumina, capita di trovare chi fa radio per quella stessa urgenza che hai te di comunicare al mondo le cose belle, le cose che vale la pena di conoscere e allora per queste persone bisogna resistere, glielo si deve, perché se un cambiamento è possibile, partirà da lì, io lo so, ne sono certa!Per cui a questi :” Grazie per la segnalazione ma il palinsesto attualmente non prevede spazi novità, la nostra linea artistica-editoriale è basata su Oldies (70-80-90-00), Recurrent (ultimi 5 anni) e ovviamente Hit, il tutto al 50% tra italiani e stranieri.” io rispondo “Ficcatevi nel culo le hit, gli oldies e i recurrent e se mai l’artista che vi sto segnalando diventasse una hit, sappiate che non sarà merito vostro, perché voi siete l’ultima ruota del carro, siete il nulla che esiste sul nulla!”. Per il resto, pace e bene.

Quello che penso delle cover band: riflessioni che vi sconvolgeranno.

Dunque quante volte abbiamo affermato con la massima convinzione che abbiamo nel corpo, che le cover band sono la morte della musica? Io per prima sono stata e sono paladina di questo pensiero, che ribadisco appena posso. In realtà ieri ho riflettuto su questa cosa profondamente e mi sono resa conto che in parte, questa affermazione che sbraitiamo con tutti noi stessi come se fosse una bandiera di una battaglia necessaria, non è del tutto vera e forse ancora una volta ci stiamo nascondendo dietro a un dito. Tutto è cominciato ieri sera, quando sono stata invitata da amici a far parte come giurata a un contest per cover band. Capirete il mio entusiasmo. Però questa serata mi ha permesso di riflettere a lungo sull’argomento. Sopratutto mi si è aperto uno spazio pieno di pensieri quando si è isibita la prima band. Età media 18 anni, molto scarsi tecnicamente, ma con un piglio davvero interessante. Allora mi è venuto da pensare che chi da giovanissimo inizia ad approcciarsi ad uno strumento, inizia necessariamente rifacendo cose di altri. Loro si vedeva che volevano metterci del loro, ma ancora non erano in grado di gestire lo strumento e il pubblico. Dunque quando noi affermiamo che tutte le cover band devono bruciare all’inferno, in realtà stiamo negando a dei giovani virgulti, che magari col tempo potrebbero diventare dei bravi artisti, di fare esercizio, di misurarsi col palco e con il pubblico, insomma di fare quel naturale percorso che tutti i musicisti hanno fatto. La seconda considerazione è arrivata con la cover band di persone un po’ più adulte. Dunque chi inizia a suonare uno strumento lo fa per passione, quella passione a volte sfocia nell’arte se si hanno le doti e le caratteristiche giuste, altre sfocia nel mestiere. Non tutti sono trombati per fare gli artisti, alcuni però sono dei bravissimi mestieranti, non tutti però possono diventare turnisti. C’è chi continua coltivare la passione del suonare, suonare le canzoni che gli piacciono, sviluppare un tecnicismo che lo fa stare bene, come un pittore che sa copiare alla perfezione Van Gogh. Quindi alla fine, chi siamo noi per decidere che solo chi ha l’arte è degno di esercitare la propria passione, passione che gli porta via tempo, soldi e che fa fare comunque sacrifici. Anche perché, e qua arrivo alla terza conclusione, ci vuole l’osservazione e capire che non esiste concorrenza e che le cover band non stanno portando via pubblico a nessuno. Siete mai stati in un locale dove si fanno solo cover band? Avete analizzato il pubblico? Di solito è un pubblico chiassoso, caciarone, disattento, che usa la musica come sottofondo, è un pubblico da jukebox, non è il vostro pubblico. È come dire che il dj che fa techno vi fotte il pubblico insomma. La verità è che le cover band agiscono su un bacino d’utenza che certo non è quello della musica indipendente, ma casomai quello di Vasco Rossi e Ligabue. Quindi la verità è che se i gruppi indipendenti non suonano non è colpa delle cover band, ma è colpa del pubblico della musica indipendente, che si è impoltrito, non esce, non va ai concerti. Allora confrontatevi con loro, capite i perché, scoprite le cause e le colpe e riportate quel pubblico col culo fuori, ai vostri concerti, allora vedrete che, nonostante tutte le cover band del mondo, ci sarà spazio anche per voi.

La bellezza quando arriva. Flor (ex Flor de Mal).

marcello cunsolo

Le cose belle a un certo punto arrivano, o ritornano. Le cose belle quando tornano spiccano e a te quasi viene da non crederci. Le cose belle vanno ringraziate, ma sopratutto vanno diffuse, anche se in un primo momento ti prende quell’insana gelosia di volerle solo tue. La cosa bella di questo 2014 è il ritorno dei Flor (ex Flor de Mal). Appena ho infilato il loro cd nello stereo, la sensazione è stata quella di bere quando hai tanta, tantissima sete. Ma la cosa sorprendente è che forse, affossati dalla mediocrità di tanti prodotti, non ci accorgevamo neanche più di questo bisogno primario di bere. L’album omonimo dei Flor è un disco che serve a prendere coscienza, serve a riavvicinarti alla Musica, quella con la M maiuscolo, serve a ritrovare un senso nel marasma allineato di quello che è diventato la musica italiana. Che poi alla fine non è che non stavamo bevendo, ma stavamo bevendo schifezze, roba zuccherina, che non faceva che aumentare la sete, avevamo solo bisogno di acqua e i Flor sono l’acqua. Questo pomeriggio ho chiamato Marcello per scambiare due chiacchiere con lui ed ancora una volta è stato come bere, bere per dissetarsi e placare il bisogno, l’urgenza, ritrovare il punto focale e anche un po’ la speranza. Marcello è una persona che parla della Musica come si parla della donna che si ama, ma forse ancora di più, come si parla della vita, dell’impulso vitale che ti accompagna e ti comanda, un’entità sopra che va rispettata ed è per questo, che nell’intervista che leggerete, la parola musica avrà sempre la lettera maiuscola, per il rispetto che si deve a questa entità e che ha sicuramente Marcello. Un uomo pieno d’anima, con i piedi talmente piantati nella terra, che se domani spiccasse il volo, dietro si porterebbe quintali di zolle attaccate alle radici per non perdere il senso. Le cose belle. Se non sapete chi sono i Flor (ex Flor de Mal) prendetevi due nozioni da qua http://www.unomundo.it/il-ritorno-dei-flor-ex-flor-de-mal-album-omonimo-fuori-il-18-aprile/, ma forse se non sapete niente dei Flor, avete sbagliato qualcosa, avete boicottato la bellezza.

Barbara: Del tuo passato si sa, chi è stato adolescente negli anni 90, il nome dei Flor de Mal ce l’ha stampato nella memoria, ora sappiamo anche qualcosa del tuo presente, visto che è appena uscito l’ambum dei Flor, io sono però curiosa cosa è successo in questi 15 anni di buco.

Marcello: La vita va così…sono stato vittima di gente che mi ha fatto sparire dalla discografia, per questo mi sono dovuto ridare un senso. Ma la verità è che io sono sempre rimasto in contatto con la Musica e mi sono tenuto pulito, senza cadere in compromessi. Ho continuato a suonare, ho fatto il taglialegna, sono rimasto vicino al Grande Spirito. Poi ho conosciuto Bitossi e c’è stata subito una situazione che mi è piaciuta. Tutti loro della The Prisoner Records erano prima di tutto miei fans, conoscevano le parole delle mie canzoni a memoria, avevano rispetto di me, di quello che ero e di quello che sono, per questo ho preferito questa strada, piuttosto che buttarmi in una major. Qua c’è l’energia giusta, lo sento, per dire, anche la persona che fa le pulizie nello studio è un mio fan! Poi è anche vero che la gente sbagliata nella vita capita e forse io me la sono meritata, ho fatto scelte per cui meritarmi ad un certo punto la gente sbagliata, ma è anche vero che l’Italia non è più un posto dove c’è una cultura musicale vera, noi abbiamo gli stadi piene di gente quando suona Gigi D’Alessio e senza togliere niente a Gigi D’Alessio, questa cosa racconta tanto del paese dove viviamo.

Barbara: Ora vi chiamate Flor, avete dunque abbandonato per la strada un “de Mal”, cos’altro hai abbandonato in questi anni?

Marcello: Niente. In relatà nella Musica non si lascia mai niente. Si cresce insieme alla Musica, io mi sono evoluto, ora suono molto meglio la chitarra, canto meglio e tutto quello che ho appreso mi fa essere oggi migliore. Io non ho mai lasciato niente per la strada, io e la mia Musica siamo sempre stati insieme, per dire a The Prisoner Records ho presentato 200 provini. Questo perché la Musica mi comanda di scrivere anche quando a me non sembra il momento giusto. Lei sa più di quanto sappia io, per questo mi lascio guidare da Lei. Lei non toglie mai niente, lei dà.

Barbara: Nel passato avete calcato palchi importantissimi, siete stati gruppo spalla nell’ultimo tour dei Nirvana, tutti sanno della vostra collaborazione e amicizia con i R.E.M., da allora i tempi sono cambiati, forse la coscienza musicale in Italia si è involuta, com’è stato rientrare in un meccanismo che quel passato l’ha voluto sgretolare?

Marcello: In questi anni ho cercato di rimanere attento a quello che usciva in Italia, ma non c’è stato niente che mi abbia sorpreso. Anche i rapporti con i locali, con i gestori sono cambiati. Io mi sto ripresentando con il mio modo di fare, che non è cambiato dagli anni 90 e questo mi rendo conto che sbatte con la mentalità di ora. Il punto è che non potevo più tenere le canzoni per me, le dovevo dare, c’era questa urgenza di condividere. Certo mi rendo conto che è cambito il modo di fare musica, mentre sotto quell’aspetto io sono sempre lo stesso di 20 anni fa. Il punto è che con il ricambio generazionale, è cambiata la gioventù. I giovani di adesso stanno troppo in rete e non sanno più guardare il ciele, lo stelle, stupirsi e questo si ripercuote ad esempio nei testi che sento. Un tempo poi c’erano in giro musicisti come Pino Daniele, Ivano Fossati, Angelo Branduardi, personaggi che spostavano tante persone, ma avevano uno spessore, cioè Pino Daniele poteva benissimo insegnare jazz ad un jazzista neyorkese ad esempio, ora cosa è rimasto? Diciamo che l’icona rock italiana è Vasco Rossi, ci rendiamo conto? La verità è che io non sento più canzoni belle, la gente sembra demotivata, scrive le canzoni a tavolino, come se dovesse fare un compito, non c’è più il rapporto con Nostra Maestà la Musica. Anche la discografia, non è un cervello a parte, se prima non cambia la cultura, la discografia non farà che seguire questo filone. Poi la discografia in Italia non funziona, non ha mai funzionato, ed è l’unica cosa che non è cambiata in tutti questi anni.

Barbara: il vostro disco suona così vero e puro che, in un momento dove anche nella musica indie si fanno i calcoli, potrebbe quasi far paura, sei cosciente di questo?

Marcello: Impaurisce perché forse è troppo bello e la gente non è più abituata al bello. Per questo mi sto fidando e affidando alla mia etichetta, perché divulghi il più possibile questo lavoro. Sono cosciente che è un disco che si distingue e che in Italia mancava. Io cerco di suonare quello che sono. Questo disco essendo nato fuori dalla discografia, mi ha portato ad entrare in sala di registrazione da solo, senza tante interferenze, mi ha permesso di gestire il mio momento e di far uscire quello che ero, che sono, che volevo e voglio. Sai perché hai questa sensazione di verità? Perché io mi sono messo a totale disposizione solo della Musica e il vero che hai sentito è il modo di sentire la Musica del mondo Flor e sentirai dal vivo che potenza!

Barbara: Un tratto caratteristico della tua musica, sono le chitarre acustiche, una sorta di poetica musicale che ricorre sempre.

Marcello: In tanti suonano l’acustica, ma nessuno suonerà mai l’acustica con i miei suoni. La cosa che mi piace di più è cercare un suono mio, che mi dia soddisfazione. Ma più che una ricerca e uno studio, sono state le sensazione che via via provavo suonando, che mi hanno portato in una direzione piuttosto che in un’altra. Come sempre è la Musica che guida e non viceversa.

Barbara: oggi a chi ti piacerebbefare da gruppo spalla?

Marcello: una band a livello mondiale che secondo me si è contraddistinta sono i Coldplay. Mi piacerebbe suonare sul loro stesso palco, gli offrirei una bella bottiglia di vino siculo e ci farei due chiacchiere come dico io sulla Musica.

Le cose belle a volte vanno cercate, a volte arrivano, a volte ritornano. Non siate sciocchi, quando ci sono, prendetele.

Ecco le date, a cura di Vertigo Concerti:
23.04 Bologna – Arteria
24.04 Perugia – Rework
25.04 Legnano (MI) – Circolone
26.04 Roma – Fanfulla
27.04 Genova – La Claque

Il mal di testa che mi procura la lettura di Vice

E’ il target che mi sfugge, anzi no, il target è chiarissimo, ma segue un principio schizofrenico. Vice è un non-luogo dove gli snob prendono per il culo gli snob, dove si riporta le cose al concetto di terraterra, ma con un aurea di superiorità per cui sì, alla fine viaggiamo ad un livello più alto. Dopo la terza riga di un qualsiasi articolo di Vice, almeno che non si parli di culi, fighe e cazzi, mi entra un fastidiosissimo mal di testa. Non sono i contenuti, quelli potrebbero in larga parte anche andare, è la forma. E’ questo continuo fotoromanzo da nerd che vuole a tutti i costi uscire dagli stereotipi e che quelli stereotipi li usa per prendere per il culo una certa categoria, che non è credibile. Non è credibile perché Vice piace, piace perché è scritto nella forma consona alla categoria che si prende per il culo, una furbata mica da poco. Vice è come il primo che esce con le ciabatte del nonno, facendo finta che lui della moda se ne fotte, ma che spera con quell’uscita di diventare lui stesso moda. Gli articoli non sono mai lineari, cioè lo sono nella misura in cui tu riesci ad entrare nel mondo Vice ed è forse questo il fulcro del mio mal di testa. La gente si diverte a leggersi, a ritrovarsi dentro a quelle parole scritte nella maggior parte dei casi con marcata ironia, un’ironia che permea dalla prima all’ultima parola, un’ironia così sovra esposta che alla fine sfoca il punto d’arrivo e infatti il punto d’arrivo non c’è mai. Una paraculaggine infnita, un’auto fellatio sfoggiata e un branco di guardoni, tra cui m’infilo anch’io, che stanno lì da una parte ad ammirare, dall’altra a chidersi come cazzo siano riusciti a farlo. E’ quel senso di fastidio di leggere qualcosa che si pone sopra le righe, ma solo perché quelle righe prima se le è mangiate, digerite e pure ricacate in forma solo apperentemente diversa, il fastidio della gengiva infiammata, che non puoi fare a meno di stuzzicarla. Vice racconta “l’oggi” con lo sguardo del furbetto dell’ “io l’ho capito sai”, ma che di quell’oggi che prende tanto per il culo, si ciba come un parassita. Nulla, io tutte le volte leggo e mi prende questo mal di testa, questa consapevolezza di essere totalmente fuori da quelli schemi, che poi mi rendo conto sono gli schemi dell’oggi. E allora un po’ mi rode e un po’ anche mi viene da sentirmi parecchio leggera.

L’invasione dei “cantautori”: è arrivato il momento di fare pulizia

In Italia tra gli snob va di moda il cantautore. Roba che ti verrebbe da maledire Guccini per aver lanciato la moda, roba che capisci perché poi De Gregori afferma che che gli piace molto Marco Mengoni, almeno è merda genuina, non incartata da cioccolatino. La verità è che cantare accompagnandosi da soli con la chitarra, è diventato l’unico modo per suonare. Da soli si abbattono i costi e i locali, pagandoti di meno, sono più contenti. Così, per creare un’aurea di credibilità, si è deciso che i cantautori chitarra e voce sono fighi. Il che può essere vero fino a prova contraria e ultimamente di prove contrarie ne sono venute fuori parecchie. Ci sono due aspetti infatti da non sottovalutare. Il primo è che per reggere da solo il palco ci vuole la dote. La dote del saper suonare bene la chitarra e di avere una bella voce, dove non arriva la bellezza, almeno che arrivi l’intonazione cazzo. Dove manca la dote, perché non tutti si può essere dotati lo capisco, bisognerebbe arrivasse il carisma a colmare la lacuna. Ecco amici, fatevene una ragione, il carisma è dote assai più rara del saper suonare a modo una chitarra, o dell’avere una bella voce. Il carisma non si allena, il carisma sono come le note basse, o ce l’hai o nulla. E invece no, in tanti continuano ad incaponirsi in questo percorso da chitarrina e voce, roba che dopo 10 minuti ti chiedi perché proprio quella sera hai deciso di infliggerti un’ autotortura e cominci a spendere i tuoi soldi al bancone del bar per dimenticare. E poi mi chiedo, perché cazzo avete perso tempo a confezionare un cd spesso anche dignitoso, che suona bene, prodotto e arrangiato con mille strumenti e suonini, se poi tutto si deve ridurre a un chitarrino? Perché, spiegatemelo perché non lo capisco. Capisco invece che se i vostri pezzi, rifatti chitarrina e voce non reggono, i motivi sono due: o i vostri pezzi non sono granché, o voi non avete il carisma. Per cui il tempo e i soldi spesi a rivestirli è stata la mossa giusta da fare, tornare indietro e come autoincularsi da soli, perché?
Senza contare che così facendo avete tolto lavoro a un sacco di musicisti, infatti se penso a quanti bassisti e batteristi sono ora a casa a non far niente, mi si stringe il cuoricino. Quasi quasi metto online una petizione per riabilitarli e riabilitare anche il senso di tanti concerti, onde evitare di diventare un’alcolizzata per noia.